La differenza tra un CEO e un leader? La capacità di trasformare una visione in parole che muovono le persone.
- Redazione

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Prima che diventasse una società, un metodo, un posizionamento nel mercato della formazione corporate, la comunicazione per Chiara Alzati è stata una palestra.
Quella delle scuole elementari, riempita a fine anno da sedie disposte in file provvisorie, genitori in attesa, maestre in regia, bambini agitati e quel brusio tipico delle occasioni scolastiche in cui tutto sembra piccolo, ma per chi sale sul palco è già enorme.
Per cinque anni consecutivi, Chiara Alzati è la protagonista della recita di fine anno. Le maestre sanno di poter contare su di lei, i compagni, più sollevati che invidiosi, le lasciano volentieri il centro della scena, lei, invece, si appropria naturalmente di quello spazio. Studia, ripete, memorizza, entra nella parte. Ma soprattutto scopre qualcosa che, molti anni dopo, diventerà il nucleo della sua identità professionale: parlare davanti alle persone significa governare una relazione.

In quella palestra, molto prima della laurea in lingue, dei campionati internazionali di public speaking, della formazione ai manager e ai CEO, c’è già l’intuizione originaria: la parola è infrastruttura della leadership. È il modo in cui un’idea prende corpo, un’intenzione diventa direzione, una presenza individuale si trasforma in influenza.
Naturalmente, a quell’età, nessuno pensa alla comunicazione come a una professione. Le passioni infantili, se non vengono riconosciute, spesso si depositano sul fondo della memoria. Rimangono lì, silenziose, mentre la vita prende strade più lineari. Nel caso di Chiara, quella strada passa dalle lingue straniere, in particolare inglese e tedesco, da una formazione solida e da un lavoro sicuro in una multinazionale tedesca a Milano.
Un percorso che, osservato dall’esterno, aveva tutti gli elementi della riuscita: stabilità, reputazione, contesto internazionale, un tempo indeterminato. Eppure, proprio dentro quella cornice ordinata, si apre la frattura.
Chiara ricorda i dodici anni da dipendente come “un mattone sulla testa”. Un’immagine dura, concreta, inequivocabile. La percezione progressiva di una dissonanza strutturale tra ciò che faceva e ciò che era. Il cartellino da timbrare, la routine, il dover rendere conto, l’appartenenza a un sistema che le garantiva sicurezza ma le sottraeva respiro: tutto cominciava a pesare. Fino a diventare corpo, dermatite.
Molte imprese nascono da un’analisi del mercato, altre da un’opportunità tecnologica, altre ancora da una frustrazione trasformata in soluzione. Quella di Chiara Alzati nasce da una domanda apparentemente semplice, posta una sera da un amico che la vede provata:
“Che cosa ti piaceva fare da piccola?”
Non chiede quali competenze siano monetizzabili. Non indaga il mercato potenziale. Non invita a ragionare in termini di ruolo, status o sicurezza. Va più a fondo: cerca il punto in cui energia personale, talento naturale e desiderio originario si sono incontrati per la prima volta.
La risposta arriva immediata. La palestra. Il palco. La recita. Il piacere di studiare, ripetere, parlare, stare davanti alle persone, sentire il pubblico, costruire attenzione.
Da quel momento, Chiara Alzati cambia domanda. Non si chiede più se riuscirà a costruire una professione su misura per sé. Si chiede come riuscirci.
In questa sostituzione lessicale, c’è una parte rilevante del suo mindset imprenditoriale. Il “se” appartiene al territorio dell’incertezza subita, il “come” a quello della strategia. Il “se” attende il permesso, il “come” organizza l’azione.
Nel 2016 lascia il lavoro sicuro e avvia il suo percorso nel mondo della formazione. Non lo fa con leggerezza, né senza opposizioni. Anzi, come accade spesso a chi rompe una traiettoria socialmente approvata, incontra intorno a sé un coro di resistenze. La madre teme per lei un futuro alla Centrale di Milano a chiedere l’elemosina. Amici e parenti giudicano eccessivi gli investimenti iniziali. Persino il commercialista, quando Chiara dichiara di non voler partire dal regime forfettario perché non desidera “mettersi limiti in testa”, la mette in guardia dal rischio di pagare troppe tasse.
La parola che torna, in forme diverse, è sempre la stessa: pazza.
Eppure, nella grammatica dell’imprenditoria, ciò che viene percepito come follia è spesso soltanto una visione non ancora validata dai risultati. Chiara Alzati lo dimostra nel tempo: gli investimenti generano profitto, l’attività cresce, la scelta si consolida. Nel 2020 nasce Chiara Alzati Srl, una società che porta il suo nome e che, proprio per questo, espone la fondatrice a un livello particolare di responsabilità.
Un’azienda “a sua immagine e somiglianza”: fondata sulla sua passione per la comunicazione, sui suoi valori e su una precisa idea di cultura organizzativa.
L’azienda opera esclusivamente nella formazione in public speaking e comunicazione efficace per aziende corporate, ma il suo vantaggio competitivo risiede nella coerenza tra il servizio venduto e il modello culturale incarnato.
Chiara Alzati ha costruito un’impresa che considera la comunicazione il principio ordinatore delle relazioni, della leadership, della crescita e dell’apprendimento.
Per questo chi lavora con lei deve condividere un modo di intendere il clima, il team, la qualità della relazione, l’ambizione comune. In un mercato in cui molte società di formazione propongono contenuti sulla leadership empatica, sulla comunicazione assertiva e sulla collaborazione, Chiara sembra partire da una premessa più esigente: non si può insegnare ciò che non si pratica.
Il suo modello, quindi, non vive solo in aula. Vive nel modo in cui il team lavora, nel tipo di energia che viene portata nei percorsi formativi, nella cura del contesto in cui le persone apprendono.
Chiara distingue con precisione il public speaking dalla comunicazione efficace, pur considerandoli complementari. Il primo si manifesta davanti a una platea, piccola o grande. La seconda può avvenire anche in una conversazione uno a uno, in una riunione, in un feedback, in un confronto difficile. Cambiano la gestione dello spazio, la postura, la gestualità, la relazione con il pubblico. Ma la radice resta la stessa: avere un obiettivo chiaro, conoscere chi si ha davanti, selezionare parole e toni coerenti, governare la propria presenza.
È una prospettiva particolarmente rilevante per il mondo corporate, dove la comunicazione è spesso trattata come una soft skill, quindi implicitamente come qualcosa di laterale rispetto al business. Al contrario, l’esperienza con manager e CEO mostra quanto la qualità comunicativa incida su processi tutt’altro che “soft”: decision making, execution, engagement, reputazione, gestione del cambiamento, credibilità della leadership.

Chiara intercetta due fragilità ricorrenti.
La prima riguarda quei manager che non si sentono all’altezza, ma non lo dichiarano. Figure abituate a occupare ruoli di responsabilità, spesso percepite come sicure, preparate, risolutive, ma che davanti a una platea sperimentano pressione, ansia, paura del giudizio. È una vulnerabilità silenziosa, perché nei vertici aziendali l’insicurezza raramente trova spazio di parola. Eppure esiste, incide, condiziona il modo in cui un messaggio viene costruito e trasmesso.
La seconda fragilità riguarda l’estremo opposto: professionisti sicuri, competenti, brillanti, ma privi di metodo. Parlano molto, ma non sempre arrivano. Hanno contenuti, ma non struttura. Hanno autorevolezza di ruolo, ma non necessariamente efficacia comunicativa. Le loro parole possono apparire corrette e tuttavia disperdersi, perché manca un ordine intenzionale: cosa dire, quando dirlo, in quale sequenza, con quale obiettivo e per quale impatto.
È in questo spazio che Chiara colloca il proprio lavoro: trasformare la comunicazione da evento spontaneo a processo consapevole.
Il metodo, infatti, serve a potenziare chi parla. All’inizio richiede assimilazione, allenamento, disciplina. Poi, quando viene integrato, diventa naturale. La sfida è incorporarlo fino a renderlo parte del proprio stile.
In questa prospettiva, il public speaking è condivisione prima ancora che performance.
La distinzione è tutt’altro che semantica. La performance mette al centro il parlante: sarò abbastanza bravo? Verrò giudicato? Farò una buona impressione? La condivisione sposta il fuoco su chi ascolta: che cosa voglio generare? Quale consapevolezza deve nascere? Quale decisione voglio facilitare? Quale relazione sto costruendo attraverso le mie parole?
Quando questo passaggio avviene, l’ansia da giudizio perde centralità. L’ego arretra. La comunicazione diventa un atto di responsabilità.
Il primo obiettivo di una presentazione, secondo Chiara, deve essere sintetico: otto, dieci parole capaci di indicare con precisione il risultato da raggiungere. Una direzione. Da lì si passa al pubblico: a chi sto parlando? Che cosa è rilevante per loro? Quali obiezioni posso anticipare? Quali resistenze devo considerare? Solo dopo arriva la costruzione del messaggio.
È un approccio che ribalta molte cattive abitudini aziendali, dove spesso si parte dalla presentazione invece che dall’intenzione, dalle slide invece che dal pubblico, dall’urgenza di dire tutto invece che dalla responsabilità di far arrivare ciò che conta.
Poi c’è la presenza.
Per Chiara, la presenza è la condizione stessa dell’efficacia. Se la testa non è sul pubblico, il messaggio perde coerenza. Se chi parla è altrove, anche una comunicazione formalmente corretta risulta debole. Le persone percepiscono la distanza, notano l’assenza, avvertono quando una voce non è realmente connessa al contenuto che porta.
La coerenza nasce dall’allineamento tra intenzione, parola, corpo, emozione e relazione.
Il messaggio non arriva se non ci sei tu.
La sua credibilità si fonda anche su una biografia competitiva significativa. Dal 2011 è membro di Toastmasters International, la più grande organizzazione mondiale dedicata allo sviluppo del public speaking e della leadership. Negli anni colleziona risultati in contesti nazionali ed europei, in italiano, inglese e tedesco. Nel 2020 conquista il primo posto ai Campionati Europei di Public Speaking, Distretto 109, nella specialità del discorso preparato in lingua tedesca, con un intervento dal titolo Wahnsinn, “Follia”.
Chiara vince in tedesco, da non madrelingua, con un discorso intitolato “Follia”, dopo anni in cui proprio la follia era stata l’etichetta attribuita alle sue scelte più coraggiose.
In un tempo in cui tutti parlano, pubblicano, presentano e cercano attenzione, Chiara Alzati ha costruito la sua impresa su un principio più esigente: la comunicazione serve a generare direzione. Un leader può avere visione, competenza e strategia, ma se non riesce a trasformarle in parole capaci di creare fiducia, chiarezza e movimento, quella visione resta incompiuta. Il percorso di Chiara aiuta manager, CEO e organizzazioni a esserci davvero quando comunicano. Con metodo, presenza e responsabilità. Nel business, come nella vita, il messaggio arriva solo se chi lo porta ha il coraggio di abitarlo.
Redazione HRZ




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