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Future Focus: quando il tempo accelera e la strategia diventa postura

  • Immagine del redattore: Marianna Porcaro
    Marianna Porcaro
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Future Focus, l’evento organizzato da HRZ, è nato da una sensazione che oggi è diventata quasi fisica. La sensazione di vivere dentro un’accelerazione continua. Nessuna tregua. Nessun “dopo”. Solo un presente che cambia forma mentre lo stai attraversando. È da lì che parte tutto, dall’urgenza di capire che cosa sta ridisegnando il mercato e quale postura serve a studi e imprese per non subirlo. E la parola “postura” è stata una richiesta operativa. Un invito a scegliere come stare nel cambiamento prima che il cambiamento scelga per noi.



Stiamo vivendo un’evoluzione della forma del cambiamento. Prima era lento. Poi è diventato dinamico. Poi continuo. Ora tende all’esponenziale. E ogni passaggio non cambia solo gli strumenti: cambia i nervi dell’organizzazione. Cambia il modo in cui si lavora, il modo in cui si pensa, la definizione di qualità.

Dentro questa cornice, il primo messaggio è arrivato senza giri di parole: la trasformazione non comincia dalla visione. Comincia da tutto ciò che ti fa perdere tempo senza produrre valore. È un lavoro di ricomposizione continua. Estenuante. E quando l’operatività diventa “ricomposizione”, la qualità si assottiglia. Non perché manchino competenze. Perché manca la risorsa più rara: lucidità. In questa apertura, Massimo Agnelli ha portato il tema sul fattore strategico che ha l’inefficienza nel payroll. Perché erode margini, aumenta rischio operativo, riduce il tempo disponibile per la consulenza. E quando non c’è tempo per la consulenza, lo studio perde “peso” e diventa solo esecuzione. Una macchina che corre, ma non guida.


Da questo punto in poi Future Focus ha costruito la propria narrazione partendo dal presente. Un presente che ha bisogno di essere “messo in ordine”. E qui entra la prima grande distinzione: digitalizzare non significa aggiungere tecnologia. Significa ridisegnare il lavoro in modo che la tecnologia tolga attrito invece di spostarlo. La tecnologia, se non è pensata dentro un processo, produce spesso un effetto paradossale, aumenta la quantità di passaggi, moltiplica i punti di controllo, crea nuovi silos. È il classico scenario in cui “abbiamo lo strumento” ma continuiamo a lavorare come prima. Solo con più complessità. Future Focus ha ribaltato questa trappola, insistendo su un concetto preciso: la digitalizzazione deve essere organizzativa, non solo digitale. Deve essere un progetto di flusso. Di integrazione. Di responsabilità.

Ed è esattamente qui che l’intelligenza artificiale è entrata in scena con un tono diverso da quello, spesso superficiale, con cui viene raccontata altrove.


L’idea che ha attraversato l’intervento di Enrico Busani è stata limpida: l’AI vale quando “sta nel lavoro”. Quando vive dentro i flussi, e non in una scheda separata. Quando trasforma l’aggiornamento da caccia alle informazioni a percorso guidato. Quando riduce il salto continuo tra fonti, portali, mail, normative, interpretazioni. Quando ti permette di passare da un modello reattivo (“rispondo quando mi chiedono”) a un modello proattivo (“anticipo, avviso, accompagno”). In questo senso, l’AI non è stata presentata come un tema futuristico, ma come un’evoluzione della quotidianità: assistenza integrata, supporto su scadenze e contenuti, accesso a competenze specialistiche, automatismi che interpretano richieste e le trasformano in eventi di processo. L’AI deve ridurre attrito, restituire tempo e il tempo liberato non è tempo “vuoto”, è tempo da reinvestire nella relazione e nella consulenza, cioè nelle uniche due cose che costruiscono davvero differenza sul mercato.


Ma la parte più interessante di Future Focus, quella che rende l’evento davvero coerente, non è stata la lettura dei periodi. Perché se capisci i periodi, capisci la posta in gioco. E soprattutto capisci perché oggi non bastano più le soluzioni di ieri.

Nel periodo 1990–2005 il cambiamento aveva una natura quasi “didattica”. Era lento. Sequenziale. Gestibile. Arrivava una novità, la si studiava, la si implementava, e poi si stabilizzava. C’era tempo per assorbire. Tempo per standardizzare. Tempo per formare. Il contesto, in qualche modo, ti concedeva l’errore. E la competitività si misurava spesso sulla correttezza e sulla capacità di rendere solido un processo. In un mondo così, la trasformazione è un evento: inizia e finisce. La cultura organizzativa può permettersi una postura più statica, perché l’ambiente non cambia mentre stai cambiando.

Nel periodo 2005–2020 il cambio di forma è netto. Bisogna integrare. Il cambiamento diventa dinamico. Interdipendente. Le tecnologie iniziano a creare reti, e le reti creano complessità. Un flusso dialoga con un altro flusso.


Un dato attraversa più sistemi. Le informazioni diventano molte. I punti di contatto aumentano. È l’epoca in cui la digitalizzazione smette di essere “mettere un software” e diventa “ridisegnare un processo”. Chi non ridisegna, accumula attrito. Chi ridisegna, libera energia. È in questa fase che cominciano a emergere con forza KPI, efficienza, customer experience, e che la qualità diventa qualcosa di più sottile: non solo accuratezza, ma capacità di consegnare con continuità e velocità, senza perdere affidabilità.


Nel periodo 2020–2025 succede un’altra cosa: il cambiamento diventa continuo. Sistémico. Non “arriva” e poi si ferma. Rimane. E si somma. Qui nasce la saturazione cognitiva: troppe variabili contemporanee, troppe micro-attività, troppe interruzioni. Il problema non è solo fare: è decidere cosa merita attenzione quando tutto chiede attenzione. In questa fase, la consulenza cambia natura: non è più soltanto competenza normativa, ma capacità di orientamento. E gli strumenti, per essere utili, devono ridurre la dispersione. Devono entrare nel flusso. Devono diventare invisibili. Quando uno strumento è davvero efficace, non lo “usi”: lo vivi. È parte del tuo lavoro. E Future Focus ha insistito su questo aspetto, perché è qui che si costruisce produttività sostenibile.

Dal 2026 in avanti la traiettoria tende all’esponenziale. Non significa solo “più veloce”. Significa “cumulativo”. Significa che il cambiamento non si ritira più, si deposita, si stratifica, si sovrappone. In un contesto del genere, non vinci con l’adozione. Vinci con la postura. Con la governance. Con la capacità di apprendere mentre corri. Qui l’intervento di Franco Boriani è stato centrale perché ha reso esplicita la verità che molte organizzazioni faticano a pronunciare: il caos non si elimina.


Si governa. E governarlo richiede struttura, non entusiasmo. Richiede ruoli, non buone intenzioni. Richiede responsabilità condivisa, non un “referente digitale” lasciato solo. Richiede, soprattutto, che la digitalizzazione non sia più percepita come compito extra, ma come identità organizzativa: diventare digitalizzatori di processi, non semplici utilizzatori di strumenti. Nell’esponenziale il rischio  è restare indietro di un sistema.

E quando tutto accelera, la tentazione è sempre la stessa, sacrificare la relazione, perché “non c’è tempo”. Future Focus, invece, l’ha rimessa al centro con una logica molto concreta, il mercato cambia anche nelle aspettative emotive. Le imprese e i clienti cercano presenza. Cercano considerazione. Cercano qualcuno che sappia leggere il contesto, non solo applicare regole. In questo passaggio Mario Gambazza ha riportato la relazione studio–impresa al suo valore competitivo: la digitalizzazione non deve sostituire la relazione, deve renderla possibile. Deve liberare tempo e togliere rumore. Deve aumentare puntualità e affidabilità. Perché la fiducia, nel lavoro, non nasce dai claim. Nasce dalla costanza. Dai dettagli. Dal sentirsi accompagnati.


E quando la tecnologia funziona in questo modo, il professionista cambia ruolo: smette di essere solo esecutore e diventa più strategico, perché può dedicarsi a ciò che davvero crea valore: interpretare, consigliare, prevenire problemi, costruire scelte.

La chiusura ha dato alla giornata un’ultima profondità: quella della coerenza sistemica. Perché un’organizzazione non regge l’esponenziale con una somma di soluzioni isolate. Ha bisogno di un ecosistema: tecnologia, servizi, contenuti, supporto, formazione, e soprattutto governance. Luca Stella ha ricomposto il senso dell’innovazione come infrastruttura di affidabilità, non solo di possibilità, se vuoi che le persone adottino, devi costruire fiducia. Se vuoi fiducia, devi garantire solidità. Se vuoi solidità, devi governare. Anche sul piano dei dati, della privacy, della qualità delle informazioni. Perché l’AI e l’automazione non sono neutre: amplificano ciò che trovano. Se trovano processi fragili, amplificano fragilità. Se trovano processi robusti, amplificano valore. La tecnologia, in questa prospettiva, è uno specchio, ti restituisce la maturità (o l’immaturità) del tuo modo di lavorare.


Ecco perché Future Focus, nel suo insieme, è stato un evento sulla responsabilità del cambiamento. Ha messo a nudo la differenza tra il “fare movimento” e il trasformarsi davvero. Ha mostrato quanto sia grande la distanza tra possedere strumenti e costruire un metodo. Oggi non vince chi accumula soluzioni, vince chi sa governarle. E la linea che separa chi cresce da chi resta fermo non è tecnologica. È culturale. È la qualità della postura con cui si sceglie di stare nel cambiamento.

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