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E se il problema dell’Italia fosse aver smesso di immaginarsi al futuro?

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Redazione
10 ore fa
Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 11 minuti fa

Americano, con radici familiari abruzzesi, ha costruito il proprio percorso professionale all’incrocio tra politica, innovazione, tecnologia, impresa e formazione: è stato consigliere per l’innovazione di Hillary Clinton e Barack Obama, ha lavorato a lungo sui processi di trasformazione economica e tecnologica, è imprenditore e investitore e insegna alla Bologna Business School. Da anni vive inoltre una parte significativa della propria esperienza personale e professionale tra gli Stati Uniti e l’Italia, una posizione che gli consente di osservare il nostro Paese attraverso una distanza particolarmente fertile, perché sufficientemente esterna da riconoscerne alcune rigidità senza assuefazione e abbastanza interna da sottrarsi allo sguardo superficiale di chi riduce l’Italia a una combinazione rassicurante di bellezza, buon vivere e patrimonio culturale.


futuro

È probabilmente proprio questa collocazione intermedia a rendere interessante The Italian Dream, perché Alec Ross non scrive dell’Italia con la fascinazione indulgente dello straniero innamorato del nostro immaginario, ma nemmeno con quella forma di disincanto quasi professionale attraverso cui noi italiani abbiamo imparato, nel tempo, a raccontare il Paese soprattutto a partire dalle sue mancanze. Il suo sguardo sembra muoversi piuttosto dentro una tensione continua tra ciò che l’Italia possiede e ciò che non riesce pienamente a trasformare in futuro, tra l’enorme quantità di risorse materiali e immateriali di cui dispone e la difficoltà, più profonda, di tradurle in una visione collettiva capace di generare desiderio, investimento, progettualità e fiducia.


C’è una convinzione, tra le molte che attraversano il libro, che finisce per funzionare quasi come una chiave interpretativa dell’intero ragionamento di Ross: sono gli ottimisti a cambiare il mondo, perché continuano a considerare la realtà modificabile, mentre il pessimismo, soprattutto quando diventa una postura culturale condivisa, finisce spesso per trasformare ciò che è difficile in qualcosa di inevitabile e ciò che è temporaneo in una sorta di destino.


È proprio questo, uno dei passaggi più interessanti del libro, perché obbliga a distinguere l’ottimismo dall’ingenuità e il pessimismo dalla lucidità. Il pessimismo, infatti, possiede spesso una maggiore rispettabilità intellettuale, sa individuare gli ostacoli, prevede i fallimenti, anticipa le conseguenze negative, si presenta come la posizione di chi non si lascia sedurre dall’entusiasmo e, proprio per questo, può diventare una straordinaria forma di protezione dall’incertezza. Se siamo convinti in anticipo che qualcosa non funzionerà, non saremo costretti a misurarci con il rischio di provarci davvero, se trasformiamo il futuro in una minaccia, ogni scelta difensiva finirà per sembrarci ragionevole.


The Italian Dream diventa così qualcosa di più di un libro sull’Italia. La grande contraddizione dalla quale Ross prende le mosse è, in fondo, più semplice e proprio per questo potentissima: l’Italia continua a essere il sogno di moltissime persone che la osservano da fuori, mentre sembra aver progressivamente smesso di rappresentare un sogno per una parte sempre più consistente di coloro che vi abitano.


Gli altri continuano a desiderare ciò che noi abbiamo imparato quasi a dare per scontato, le città, il paesaggio, la cultura materiale, la creatività, l’artigianato, il design, la qualità delle relazioni, una certa capacità di tenere insieme lavoro e vita, bellezza e quotidianità. Noi, siamo diventati abilissimi nel descrivere la stagnazione, la lentezza, la burocrazia, l’invecchiamento, la fuga dei giovani, la precarietà, la produttività che non cresce, trasformando lentamente il racconto del declino in una delle narrazioni più stabili della nostra identità collettiva. È come se possedessimo un patrimonio simbolico immenso ma avessimo smarrito, nel corso del tempo, la grammatica necessaria per coniugarlo al futuro.


Ross mette questa difficoltà in relazione anche con il confronto con il cosiddetto American Dream, quella promessa secondo cui chi lavora, si impegna e rispetta determinate regole può migliorare la propria condizione e lasciare alla generazione successiva opportunità maggiori di quelle ricevute.


Quella promessa, come lo stesso Ross riconosce, appare oggi fortemente incrinata perfino negli Stati Uniti, attraversati da diseguaglianze, polarizzazione e riduzione della mobilità sociale, ma per decenni ha fornito a milioni di persone una rappresentazione del domani. L’Italia, al contrario, ha costruito con grande forza la narrazione delle proprie origini e molto meno quella della propria destinazione, sappiamo raccontare perfettamente da dove veniamo, ma molto meno chiaramente dove vogliamo andare.


Una civiltà non può vivere indefinitamente trasformando la memoria in rendita, perché arriva un momento in cui la grandezza di ciò che è stato rischia perfino di diventare un impedimento alla possibilità di immaginare ciò che potrebbe essere.


Il Rinascimento, l’arte, l’architettura, il design, la manifattura, la cultura, le città, l’artigianato sono risorse straordinarie, ma possono diventare anche un rifugio identitario se continuiamo a utilizzarle soprattutto per dimostrare al mondo che siamo stati capaci di produrre bellezza, senza domandarci con sufficiente radicalità quale forma quella stessa capacità possa assumere nei prossimi trent’anni.


Per costruire questo ragionamento Ross utilizza una serie di opposizioni che rappresentano forse la struttura concettualmente più fertile di The Italian Dream: giovane e vecchio, innovazione e tradizione, forma e sostanza, apprendimento e stimoli superficiali, unità e divisione, breve e lungo termine, fiducia e sfiducia, ottimismo e pessimismo. Sono polarità che una società dovrebbe imparare a tenere insieme senza consentire a uno dei due estremi di diventare dominante.


È dentro questa tensione che emerge un tratto particolarmente interessante della storia italiana, perché il nostro rapporto con l’innovazione è molto più ambiguo di quanto una lettura superficiale potrebbe suggerire. Sarebbe infatti storicamente insostenibile descrivere l’Italia come un Paese incapace di innovare: questa penisola è stata, per secoli, un formidabile laboratorio di invenzione artistica, scientifica, finanziaria, manifatturiera, architettonica e culturale, e molti dei settori attraverso cui continuiamo ancora oggi a definirci sono nati precisamente dalla capacità di rompere modelli precedenti e produrre forme nuove.


Esiste una resistenza molto forte verso ciò che non ha ancora ricevuto la legittimazione del tempo, come se l’innovazione diventasse pienamente accettabile soltanto quando viene incorporata nella tradizione. È uno dei nostri paradossi più curiosi: celebriamo con orgoglio le innovazioni prodotte dalle generazioni precedenti, ma guardiamo spesso con maggiore sospetto quelle che si presentano nel nostro tempo, perché il nuovo possiede inevitabilmente qualcosa di destabilizzante, rende obsolete alcune competenze, redistribuisce potere, modifica gerarchie, costringe a rinunciare a una parte di ciò che fino a quel momento ci aveva consentito di sentirci competenti e protetti.


Non è propriamente il cambiamento a spaventarci, quanto ciò che il cambiamento potrebbe farci perdere.

È una distinzione importante, perché sposta il discorso dal terreno della tecnologia a quello più profondo dell’identità. Gli individui, le organizzazioni e persino i sistemi sociali tendono a proteggere ciò che conoscono perché è familiare, e ciò che è familiare, anche quando non è più particolarmente efficace, mantiene un vantaggio psicologico enorme rispetto a ciò che non possediamo ancora gli strumenti per prevedere. Per questa ragione la resistenza all’innovazione non dovrebbe essere liquidata come semplice arretratezza, ma compresa anche come difesa da una perdita possibile di ruolo, sicurezza, appartenenza o competenza.


Le storie che Ross raccoglie nel libro servono proprio a dimostrare come questo conflitto tra innovazione e tradizione non sia inevitabile. Musixmatch, xFarm Technologies, Pelliconi, Gaja, Emidio e Chiara Pepe, Dallara rappresentano realtà differenti ma accomunate dalla capacità di non considerare la tradizione come qualcosa da conservare immobile, bensì come una materia prima da trasformare, contaminare e reinterpretare.


Il caso di Andrea Pontremoli e Dallara è probabilmente uno dei più rappresentativi, perché restituisce un’idea di innovazione che non comporta necessariamente l’abbandono del territorio né la cancellazione della memoria. Pontremoli può muoversi tra Dubai e la 500 Miglia di Indianapolis, lavorare dentro uno dei settori tecnologicamente più avanzati al mondo e, continuare a investire nel proprio territorio e nella costruzione di opportunità per le generazioni successive, allo stesso modo, Gian Paolo Dallara, vicino ai novant’anni, continua a rappresentare una presenza attiva nell’impresa, senza che la relazione tra le generazioni venga descritta come una guerra per la sostituzione.


Una cultura capace di evolvere dovrebbe essere in grado, di trasformare la memoria in infrastruttura, facendo in modo che l’esperienza accumulata non eserciti un diritto di veto sul nuovo ma diventi una delle condizioni che consentono al nuovo di svilupparsi con maggiore consapevolezza.


Questa difficoltà sembra collegarsi a una domanda ancora più ampia che attraversa implicitamente tutto il ragionamento di Ross: perché l’Italia ha cominciato a giocare così sistematicamente in difesa?

Probabilmente non esiste una sola ragione per spiegare perché l’Italia abbia cominciato a giocare così sistematicamente in difesa. Trent’anni di crescita debole, instabilità politica, invecchiamento demografico, precarizzazione delle traiettorie professionali e crescente complessità amministrativa non modificano soltanto gli indicatori economici, ma finiscono per incidere anche sulla psicologia collettiva di un Paese: quando una società percepisce di avere sempre meno da guadagnare, concentra inevitabilmente maggiori energie sulla protezione di ciò che teme di perdere. 


È forse anche per questo che persino la parola "riforma" ha assunto nel tempo un’accezione quasi minacciosa, ciò che dovrebbe significare dare nuovamente forma viene associato a sacrificio, sottrazione, perdita di diritti, fino al punto che la conservazione dell’esistente può apparire preferibile anche quando ne conosciamo perfettamente i limiti. In fondo accade anche agli individui: non restiamo sempre nelle situazioni che funzionano, qualche volta restiamo in quelle che conosciamo, perché l’incertezza può avere un costo emotivo maggiore del disagio familiare.

Dentro questa postura difensiva Ross colloca uno dei temi più interessanti del libro, quello della fiducia. Una società che si fida poco delle istituzioni e delle persone tende inevitabilmente a compensare quella sfiducia attraverso regole, controlli e procedure, fino a trasformare la burocrazia in qualcosa di più di un problema amministrativo: in una rappresentazione dell’altro come qualcuno che deve essere preventivamente sorvegliato. 


Il costo della sfiducia, riguarda investimenti rinviati, energie disperse, iniziative scoraggiate e, soprattutto, la capacità di rendere credibile il futuro a chi dovrebbe costruirlo. Continuiamo infatti a chiedere ai giovani di cambiare il Paese, mentre troppo spesso creiamo le condizioni perché, per poter cambiare la propria vita, scelgano di cambiare Paese.


Ross oppone a questa immobilità il concetto americano di agency, la capacità di agire senza attendere che ogni soluzione venga necessariamente costruita dall’alto, valorizzando quei territori, quelle aziende, quelle comunità e quelle persone capaci di trasformare esperienze locali riuscite in modelli replicabili. È una prospettiva potente, purché non venga confusa con l’idea che la responsabilità del cambiamento possa essere scaricata interamente sugli individui: nessuna intraprendenza personale può sostituire indefinitamente istituzioni funzionanti, scuola, università, infrastrutture e politiche industriali. 


C’è poi la bellezza, forse la parola attraverso cui l’Italia ama raccontarsi più di ogni altra e proprio per questo una delle più esposte all’autoreferenzialità. Affermare di essere "il Paese più bello del mondo" serve a poco se quella bellezza rimane soltanto una rendita simbolica, diventa invece una risorsa quando viene trasformata in capacità progettuale, manifattura, design, moda, automotive, agroalimentare, artigianato, in quel modo tipicamente italiano di tenere insieme forma e sostanza, cultura e produzione. La "via italiana" all’innovazione immaginata da Ross non consiste allora nel costruire una copia mediterranea della Silicon Valley, ma nel comprendere quali caratteristiche specifiche del nostro Paese, creatività, know-how industriale, territorio, comunità, qualità, relazioni, possano ancora generare valore globale.


Ed è qui che ritorna l’opposizione che attraversa tutte le altre: ottimismo e pessimismo. Ross sceglie il primo, ma il suo ragionamento diventa davvero interessante quando smettiamo di considerare l’ottimismo sinonimo di ingenuità e il pessimismo sinonimo di intelligenza. L’ottimismo che nega i problemi è propaganda, certamente, ma il pessimismo che li trasforma in destino può diventare una forma di rassegnazione. Ciò di cui avremmo bisogno è forse un ottimismo competente, capace di vedere con lucidità stagnazione, denatalità, fuga di competenze, lentezza amministrativa e disuguaglianze, senza trasformarle in una profezia autoavverante, un ottimismo che non promette che tutto andrà bene, ma continua a sostenere che qualcosa possa andare diversamente se siamo disposti ad assumere il rischio e il costo del cambiamento.


La provocazione più riuscita di The Italian Dream sta proprio qui: siamo diventati straordinariamente competenti nell’individuare le ragioni per cui qualcosa potrebbe non funzionare, fino a sviluppare una raffinatissima intelligenza difensiva che ci protegge dal fallimento, ma rischia contemporaneamente di proteggerci anche dalla possibilità. Nessun Paese, può vivere indefinitamente custodendo ciò che possiede, arriva un momento in cui deve tornare a desiderare qualcosa che ancora non esiste. 

L’Italia non ha bisogno di dimenticare ciò che è stata, ma di smettere di considerarlo l’unico tempo nel quale le sia concesso essere grande.


 
 
 

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